Storia, curiosità e racconti.

Il colore universalmente più gradito pare essere l’azzurro, eppure siamo qui a parlare del colore rosa.
Quello tra rosa e azzurro sembra essere uno scontro tra colori impossibili (cromaticamente), tuttavia sono strettamente connessi. Rappresentano una netta e palese dicotomia, semplice ed elementare: maschio/femmina. Sicuramente quello dei colori attribuiti alla differenza di genere è uno degli stereotipi più scontati di sempre. Quindi è solo per questo motivo che esiste tanta spontanea e amorevole sudditanza nei confronti del colore rosa da parte di tutte – o quasi – le donne? Un amore incontrastato e indissolubile dato da un fiocco di nascita e un paio di vestitini?

La spiegazione invece appare essere assai più interessante, addirittura di tipo evolutivo. 

Alcuni studiosi inglesi sostengono che l’attitudine al colore rosa sia una predilezione naturale, risalente all’epoca in cui le donne si occupavano di raccolti. Donne che, nei secoli, hanno sviluppato una sempre più forte sensibilità nei confronti dei colori tendenti al rosso, ovvero quelli dei frutti maturi. Tuttavia l’associazione tra il rosa e la donna avviene solo in tempi relativamente recenti.

Scorgendo alcuni testi sulla storia della moda e del costume emerge che fino al 1800 il colore rosa era assolutamente adeguato per un uomo, tanto da essere presente sui suoi abiti, decorati da vistosi ricami floreali. I bambini, invece, vestivano di bianco, indistintamente dal sesso. 

È solo nei primi del ‘900 che scoviamo i primi riferimenti all’attribuzione dei colori al sesso. Nel romanzo “Piccole Donne”, Louisa May Alcott fa riferimento a dei nastrini rosa e azzurro per distinguere due bambini di sesso opposto, giustificando tale scelta come un’influenza dettata della moda francese di quegli anni. Qualche decennio dopo invece, in una scena molto celebre del romanzo di Fitzgerald, il grande Gatsby si presenta a un pranzo indossando un abito gessato rosa, confermando il fatto che questo colore era molto apprezzato dai giovani dandy americani dell’epoca e, soprattutto, che non era ancora un colore identitario. Intorno agli anni ‘40 le cose iniziano a cambiare: gli uomini indossano colori sempre più scuri, per via dell’ambito lavorativo frequentato – principalmente legato al mondo degli affari – e le donne, invece, iniziano a indossare toni chiari e delicati, legati all’immaginario della “casalinga perfetta”. 

Inoltre, le teorie sulla sessualità di Freud hanno un impatto non indifferente sulla distinzione di genere e fu proprio in quegli anni che iniziò a concretizzarsi maggiormente la questione, iniziando a differenziare così i colori dell’abbigliamento e degli accessori dei bambini. È negli anni ’50 che avviene, quasi inspiegabilmente, una precisa assegnazione dei colori: il rosa viene identificato come il colore femminile per eccellenza. Non solo nell’abbigliamento, ma anche nei beni di consumo e addirittura nelle automobili; impossibile dimenticare la famosa Cadillac rosa che determinò il suo posto sull’olimpo del lusso automobilistico americano dell’epoca. Il prezzo era sopra i 7000 dollari, una cifra esorbitante per quegli anni.

Un colore tanto amato quanto odiato, quello associato alla femminilità. Motivo per cui, tra gli anni sessanta e settanta, venne fortemente additato dai movimenti femministi che, non avevano tanto un problema strettamente legato al colore, quanto al sillogismo: rosa= bambina/fragilità/donna. 

Da questo momento in poi un po’ d’ironia sul tema, nonché l’inizio del riscatto. Nasce in quel periodo il fumetto di Barbapapà; nella rappresentazione vediamo come protagonista una famiglia in cui vi è un uomo-padre, raffigurato interamente in rosa, e una madre, raffigurata in colore nero. Furono gli anni ottanta a imporre, definitivamente, l’idea dei colori che marcatamente segnalavano il genere d’appartenenza. Le strategie di marketing in questo periodo storico diventano sempre più vincenti. Un crescendo di successi in quegli anni, e Barbie – la bambola più famosa del pianeta – consolida in tutto e per tutto la “femminilizzazione” del rosa.
Il boom è in corso. Quasi tutte le bambine ne diventano avvezze. La cameretta ha i muri rosa, il primo zaino per la scuola è rosa, così come i fiocchi per i capelli o i costumi di carnevale da principesse e, per non farci mancare nulla, anche il pigiama per andare a dormire. Insomma, la lista è molto lunga. Nel corso degli anni abbiamo accettato più o meno tutte con il sorriso questa predisposizione. Spesso senza chiederci chi avesse preso questa decisione e perché. Sembrava “sensata”. D’altronde quale altro colore avrebbe potuto esprimere altrettanto bene la delicatezza di una donna? In psicologia il significato del colore rosa è di tranquillità e serenità. Forse anche per questo motivo è sembrato normale, nella società occidentale e di quegli anni, spingere l’associazione tra questo colore e la sfera femminile. La storia che ha reso il rosa il colore per eccellenza delle donne è complessa e non manca di matrici maschiliste, che tutte noi rifiutiamo. Detto questo però, oggi, le donne lo utilizzano con molta personalità e senza timore. Il rosa è diventato uno dei colori più amati nella moda, nei social e nell’arredo. Ci sono numerosi account su Instagram a tema rosa e più di 116 MLN di hashtag. 

Negli ultimi anni le multinazionali hanno fanno incetta di oggetti per “pink addicted” e le cosiddette “quote rosa” nelle aziende sono diventate un modello da perseguire, che funziona e accresce sempre maggiormente.                       

Una fetta di mercato importante quella legata a questo mondo, sempre più in espansione.Il colore può dunque aiutare la percezione positiva e aumentare le ‘conversion’ – in termini digitali. Il muro rosa di Paul Smith ad esempio, a West Hollywood – Los Angeles, è uno dei più fotografati di sempre. Blogger, influencer e persone comuni provenienti da tutto il mondo vi si recano in centinaia ogni giorno solo per farsi una foto, accrescendo così sempre di più la popolarità del marchio. Nella grande mela invece, negli ultimi anni, c’è stato un boom dei fotografatissimi Cafè rosa. Tra i più visitati: ChaCha Matcha a Brooklyn, Cafè Enrie, d’ispirazione andersoniana, e Pietro Nolita, entrambi presenti nei quartieri più modaioli del sud di Manhattan.
A seguire il trend non poteva mancare nella City. A Londra, infatti, in tempi non lontani, sono nati il famoso Elan Cafè e la floreale pasticceria più amata dalle donne arabe Peggy Porschen.
Da New York alla capitale britannica i luoghi di culto per le affezionate del rosa sono numerosi. È davvero molto difficile prendere posto per un brunch o uno spuntino in questi locali; le code sono davvero lunghissime e le ragazze trascinano fidanzati e famiglia per il piacere di scattare una foto da postare sui loro social. Dunque, rosa a profusione.

Figlio del consumismo americano e bersaglio come peggior nemico delle ‘gender theories’, oggi questo colore diventa alleato. Non a caso, il rosa è il simbolo del movimento femminista, nonché quello della prevenzione del tumore al seno. Ogni anno, nel mese di ottobre, per la “Breast Cancer Campaign”, campagna di sensibilizzazione ideata da Evelyn H. Lauder,  viene illuminato di rosa uno dei monumenti più rappresentativi di oltre 70 nazioni, per suscitare interesse nei confronti di un tema di grande rilevanza sociale. Quest’anno la città selezionata è stata Roma, che con il suo Foro Romano nel Parco archeologico del Colosseo, per l’occasione si è tinto di rosa. 

Noemi Robino

Author Noemi Robino

Palermitana di adozione con una laurea in Comunicazione, mi sono innamorata dello status di continua mutevolezza del web nel 2012, iniziando la mia avventura dal blogging per poi approdare al social media management. Dopotutto, il cambiamento è la mia maggiore inclinazione: ho cibi e outfit preferiti a rotazione con le stagioni (il club sandwich di avocado e salmone è molto più gustoso quando indossi una maxi blusa di lino con ai piedi delle espadrillas). Quando non mi muovo in campo social, fotografo, sogno ad occhi aperti e ballo nel mio appartamento. I viaggi e l’interior design alimentano il mio estro creativo.

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